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Educare alle percezioni

Cosa significa percepire

Percepire è attribuire significato alla sensazione.
Se non fossimo in grado di percepire, ogni sensazione sarebbe “muta” per noi. Non piacevole, non spiacevole, non portatrice di ricordi, non emozionante, non stimolante.
La capacità di percepire non solo ci permette l’orientarci nel mondo, ma dà a quell’orientarsi un senso, il valore di un progetto, creando al contempo un patrimonio esperienziale che ci rende capaci di affrontare il nuovo, forti delle conoscenze che abbiamo maturato.

La capacità  esordisce in epoca prenatale, con la formazione stessa degli organi di senso e con lo stabilirsi delle connessione neuronali. Coinvolge l’intero corpo del bambino in una percezione globale nella quale sensazione termica, propriocettiva, tattile, gustativa, uditiva si fondono, pur differenziandosi, a dare un primordiale senso di un sé, ancora non del tutto separato dal corpo della madre.

Pensare alla nostra nascita come a una valanga di nuove ed energizzanti percezioni  aiuta a immaginare la pressione esercitata dal canale del parto, la ridotta temperatura, il contatto con l’aria e la luce dell’esterno come l’icona stessa del venire alla vita, separati e autonomi.

 

Il ruolo del genitore

Ogni genitore, nel momento stesso in cui nutre e accudisce, diviene un educatore della percezione, un mediatore tra mondo e bambino del significato di ciò che egli tocca, assaggia, odora, sente.

Prima ancora che capire ciò che ci sta intorno, esploriamo, sentiamo la consistenza, il sapore, la temperatura delle cose intorno a noi, ricavandone sensazioni che all’inizio sappiamo solo distinguere in due categorie, le piacevoli e le spiacevoli. Le prime da ricercare, per ripeterne l’esperienza, le seconde da evitare.

Ma col tempo il nostro vocabolario percettivo si amplia, abbandonando la sola distinzione categoriale tra ciò che dà piacere e ciò che non lo dà. La consistenza diventa morbida, elastica, dura, friabile. Il sapore diviene amaro, dolce, aspro. E via via sino ai complessi repertori terminologici delle professioni del gusto (enologo, chef) o della medicina (foniatra, logopedista) e dell’arte (cantante, docente di canto).

Il genitore propone, guida, sorveglia questo lungo cammino, favorendo l’esperienza, la scoperta e il giudizio. La plastilina, la cera per modellare, i colori a dita, la sabbia,  le comuni attività di cucina, il riordino dei giochi, il bagnetto, la spiaggia, il parco diventano gli strumenti e i luoghi dell’educazione.

Informali meglio che formali, le attività di ogni giorno si qualificano come palestra delle percezioni.  Preparare l’impasto di una torta, manipolarne il risultato sino a disporlo nella teglia, assaggiarne un residuo rimasto tra le dita, sentirne il profumo, unire sensazione, profumo, sapore nella esperienza del mangiare insieme e, ancora prima, del preparare per sé e per altri  cibo da condividere rimangono esperienze formanti della intelligenza.

La mente del bambino si nutre di semplicità. Preparare la terra nel vaso, scavare con lui un piccolo spazio, deporre e ricoprire il seme, annaffiarlo a pioggia, stringere e rilasciare la spugna all’ora del bagno, invitandolo a udire e vedere l’aria che ne esce non hanno bisogno di competenza didattica , di esperienza educativa. Sono la naturale evidenza della cura.

 

Quali i compiti della educazione percettiva

Due sono i compiti della educazione percettiva.

Il primo, forse il più evidente, è togliere la paura, quella naturale ritrosia a sperimentare il nuovo per timore che esso possa nuocerci.
Il secondo, non meno importante ma misconosciuto, è superare il disgusto.

Con questa parola intendo non la naturale emozione che proviamo di fronte a un cibo o a un odore nauseanti ma quella ritrosia che ci coglie di fronte al non ben conosciuto e che ci obbliga a rifiutarci di correre il rischio di provare percezioni spiacevoli.

Diverso dal timore, il disgusto è comune nei confronti di consistenze insolite, di sapori estremi. Esso copre territori sempre meno vasti man mano che il bagaglio esperienziale aumenta, nonostante alcuni archetipi di disgusto rimangano in ciascuno di noi.

Il fantasma da cartoni animati è immaginato non a caso di consistenza gelatinosa, appiccicoso e di colore verde acido, perfetta unione di sensazioni spiacevoli tattili-propriocettive e gustative e il viso della strega è cosparso di bitorzoli, disgustosi non solo a vedersi ma anche nell’immaginario tattile.

 

Non educare alla percezione: un rischio da non correre

Il bimbo che non viene educato alla percezione, anche orale, dell’insolito, del nuovo e dello sconosciuto perde gran parte delle occasioni di conoscenza  e viene confinato in un mondo iperprotetto nel quale solo ciò che è ben noto risulta affidabile.

La sabbia sotto i piedi scalzi, il barattolo del colore che sollecita per temperatura e consistenza la mano che ci si infila,  la pasta di pane che imprigiona le dita sono un luogo della conoscenza, così come lo sono state le braccia della madre, il latte dentro la bocca e le carezze.
Il nostro corpo è il luogo dove il mondo si manifesta, dove impariamo a comprenderlo nella moltitudine dei suoi aspetti, dove, affidandoci, ci rendiamo liberi.

La bocca non è diversa dalle mani. Così come la mano non si ritrae dalla sabbia, non teme di sporcarsi nell’aiutare la mamma nelle attività di cucina, così la bocca impara, poco alla volta, a liberarsi dalla schiavitù del semisolido e della consistenza omogena. Come la mano riconosce nella pasta di pane il grumo da sciogliere, così la lingua riconosce il frammento non omogenizzato della pappa e impara a gestirlo, affinché il nuovo sapore e la nuova consistenza entrino nel repertorio del noto e conosciuto.

Mentre si organizza, la competenza percettiva si confronta con la cultura che regola l’ambiente.
La lisca viene differenziata della parte edibile del pesce, perché mostrata nel piatto, toccata con la mano, riconosciuta dalla lingua, mentre il forno caldo viene evitato perché il contatto è esplicitamente segnalato come dannoso.

In quanto mediatore di questa conoscenza il genitore influenza in modo significativo lo stile di apprendimento del bimbo. Chi di noi prova disgusto nel toccare, manipolare e assaporare eviterà al bimbo esperienze che personalmente giudica spiacevoli. Chi è ossessionato dalla igiene proibirà l’esplorazione orale. Chi desidera attorno a sé ordine e pulzia non proporrà manipolazioni con pasta di pane, non si farà aiutare in cucina.

Eppure quella mano che impasta, quel piede nudo nella sabbia, sono i migliori promotori di una corretta educazione orale. L’esplorazione manuale del mondo promuove l’esplorazione orale del cibo. Stimola la curiosità per ciò che si può toccare, annusare, mangiare. E la curiosità a sua volta facilita l’appetenza, rende facile e fluido lo svezzamento.

Un bimbo passivizzato dall’abitudine ad essere imboccato, dalla facilitazione sistematica di ogni funzione della oralità, un bimbo del quale non si stimola la curiosità verso le cose, siano esse da toccare o da mangiare, rischia più di altri di andare incontro a immaturità prassiche in grado di riflettersi sulle capacità deglutitorie e fonoarticolatorie oltre che a pericoli, Solo ciò che si conosce infatti si evita o si gestisce.

L’esplorazione orale e quella manuale, fondamenti dell’educazione percettiva nelle prime età della vita, sono processi sinergici e fonte di intelligenza delle cose, cioè di quella capacità di legare (intelligere) i significati tra loro e i significati al mondo.

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Quest’opera di Silvia Magnani è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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