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Vocologia “esecutiva”?

Vocologia esecutiva è il termine con il quale possiamo definire le pratiche basate sul dare istruzioni al paziente disfonico e sul pretendere, a seguito di queste, comportamenti. Questo tipo di approccio terapeutico bypassa completamente la giustificazione al malato di ciò che gli si richiede, avvilisce il suo desiderio di sapere e, cosa ancora più grave, ne valuta la compliance sul livello di obbedienza e non su quello di comprensione (del perché e del a che fine la pratica deve essere eseguita).

 

Darsi da fare come panacea

Sappiamo bene che molti dei nostri malati vogliono “darsi da fare” per migliorare il proprio stato di salute e che alcuni di essi insistentemente ci chiedono “cosa” fare, più che “come” e “perché” farlo.

Questo atteggiamento è indotto spesso dalla fretta (per il paziente fermarsi a riflettere sul dato autopercettivo può essere interpretato come una perdita di tempo) o dalla superficialità del giudizio nella quale tutti noi siamo immersi e che ci spinge a preferire l’avere (in questo caso “l’aver eseguito”) piuttosto che l’essere (consapevoli e in ascolto).

 

Il silenzio del corpo

Non dobbiamo dimenticare che il processo di guarigione in logopedia vocale avviene, oltre che attraverso l’azione, ad opera  del silenzio del corpo, cioè di quell’assenza di azione, finalizzata alla percezione del dove e  del come sono, prerequisito fondamentale del poter dare risposta al “cosa ci faccio qui?”

Fermarsi, percepire la propria posizione nello spazio, la ritmica presenza del respiro, tacere per ascoltare l’atteggiamento del vocal tract, il riposare della lingua nella bocca è un agire ben più complesso  del camminare, respirare, vocalizzare e parlare. Obbliga la nostra mente ad attivare network non automatici, a riverberare su se stessa in quella ricerca di competenza nell’agire che nasce solo dalla capacità di astenersene.

 

Servirsi dell’azione per giungere all’inazione

Mi torna alla mente l’insegnamento di uno dei più antichi testi yogici: “il segreto della felicità della vita è servirsi dell’azione per giungere alla inazione”.

Questa frase mi ha guidato in tutta la mia formazione di medico. Fermarmi ad ascoltare. Astenermi.

La frase rimbalza tra le azioni della mia giornata.

Nell’incontro col paziente mi brucia le domande, così facili a materializzarsi sulla bocca, e mi invita ad ascoltare la storia di malattia, senza interromperla nel suo naturale fluire.

Nell’educazione dei logopedisti mi spinge a guidarli in faticosi, quasi esasperanti, percorsi, alla ricerca di quella integrazione possibile che nasce solo dalla percezione attenta degli effetti del movimento.

 

Logopedia è proposta di esercizi?

Praticare la logopedia senza questa attenzione al silenzio e alla autopercezione è una delle forme dell’ammaestrare, adatta agli animali, esseri inconsapevoli solo attratti dalla ricompensa per l’esercizio riuscito.

Il vero compito di un terapeuta è educare e rendere autonomi.

In logopedia vocale guidare il malato a riappropriarsi del proprio corpo è frutto non del proporre un eserciziario imitativo ma del favorire uno sguardo rivolto all’interno, che per primo il terapista deve avere praticato.

Per questo non si devono applicare protocolli di esercizi dei quali non si conosce la radice fisiologica, non si deve chiedere al paziente di eseguire pratiche che noi stessi non sappiamo fare

Il logopedista che, cieco nel corpo e nella mente,  chiede elenchi di vocalizzi per “curare” i noduli, non capisce che i noduli non si curano con la causa che li ha prodotti ma con la consapevolezza dell’atteggiamento vocale che è alla loro origine e con il suo evitamento, con una pratica, cioè, di astensione.

Silvia Magnani

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