Lettera al corso Le 150 ORE

Le 150 ORE deve il suo nome a un’iniziativa degli anni 70 con la quale si portava al diploma di terza media chi, per ragioni personali o lavorative, non lo aveva ancora conseguito. Mariarosa Manzoni, la mia maestra di vita e pensiero, obbligò me e i miei compagni di università a prestare la nostra opera al progetto e un po’ alla volta quella ventata di solidarietà, uguaglianza e sincerità del dare e ricevere contagiò tutti.

150 Ore è da allora per me diventato sinonimo del lavoro in gruppo, del darsi e del ricevere in uno scambio continuo di competenze e valori. Titolare così il corso dedicato agli insegnanti di canto è stata una mia idea, per rendere omaggio a Mariarosa, donna tutta dedita dalla cultura e al sostegno degli altri, e a quelli che noi, ragazzi degli anni 70, siamo stati: fiduciosi, generosi e confidenti nel collettivo e nella condivisione.

 

Perché a Venezia?

Venezia è radicata nella mia vita. Lì ho conosciuto la Mama Company e visto le sue attrici arrampicarsi sui muri, il Living Theatre, con la sua poetica vagabonda e dimostrativa, Ariane Mnouchkine, colma di gratitudine per la Commedia dell’Arte. A Venezia ho fatto l’incontro più importante della mia esistenza artistica: il Teatro Laboratorio di Wroklaw. Per infinite notti di un novembre piovoso mi sono recata a Fondamenta Nuove, ho preso il vaporetto per l’isola di San Giacomo in Paludo e, seduta tra gli altri, ho assistito a Apokalypsis cum figuris. Infinite notti sono rientrata alla pensione Kette con Ciéslak, il più grande attore di tutti i tempi, discutendo in francese del senso della vita e del teatro. A Venezia sono tornata per mesi a lavorare con Zygmund Molik, con lui ho cercato le mille espressioni della voce. Con lui, per una stanza gelida, ho guardato dentro di me trovando le ragioni della mia assoluta vocazione teatrale. Venezia è il baricentro della mia anima e lì sono tornata a vivere nel dicembre dell’anno scorso, come si torna, dopo un lungo giro, da dove si è partiti.

 

Perché San Servolo?

Dall’esperienza teatrale, per me iniziata a 19 anni e non ancora finita, ho tratto un assoluto amore per il lavoro laboratoriale, per i piccoli gruppi, coesi dalla medesima passione, per quello “sporcarsi le mani” che è salire sul palco portando se stessi e non indossando una maschera. Con coloro che, da artisti, sono stati miei allievi ho, appena era possibile, promosso esperienze collettive, immersioni nell’arte senza distrazioni, vivendo una vita comunitaria, scegliendo sempre luoghi che racchiudessero implicito il senso per il proprio esistere: una chiesa, un convento. San Servolo è l’antico ospedale psichiatrico di Venezia, una costruzione in un parco, che porta impregnate nei muri le storie delle persone che vi sono passate. Trasformato in residenza-studio, accogliente e ospitale è immerso nel silenzio e… soprattutto è su un’isola, certo, raggiungibile con la navigazione cittadina, ma pur sempre un’isola, con quello che ciò significa: concentrazione, silenzio, lavoro indisturbato.

Questo il mio apporto al corso le 150 ORE, proposto da Giuseppina Cortesi e Daniela Panetta e da me condiviso con le ragioni del cuore.

Silvia Magnani

 

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