Lettera dalla zona gialla ai nostri allievi

L’incertezza è il nemico peggiore. Ti paralizza. Non capisci se ciò che hai davanti è un avversario, un amico o, semplicemente, un fantasma nato dalla tua fantasia.

L’incertezza qui non la genera il virus ma la lentezza nella scelta delle decisioni delle Regione e, più in alto, del Governo. La prossima settimana, affrontando una curva a gomito in tutta velocità, la vita tornerà come prima? Oppure quello che abbiamo davanti è un rettilineo sul quale si marcia, incolonnati, senza possibilità di cambiare corsia?

Non lo sappiamo. La prima decisione, per noi che ancora non avevamo direttive, l’abbiamo presa domenica a mezzogiorno: abbiamo sospeso la didattica in aula. Tre ore dopo Regione Lombardia emanava un comunicato chiudendo le scuole, i teatri, i cinema e sconsigliando la socializzazione sino al 2 marzo.

Avevamo visto giusto. Non sapendo come proteggerci ci eravamo messi nei panni degli altri. Non era pericolosa la permanenza in piccolo gruppo (chi è malato, da noi, se ne sta a casa, siamo tutti sanitari) ma i viaggi, i treni affollati, la metropolitana ci erano sembrati luoghi ad alto rischio. I nostri allievi arrivano da tutta Italia, non dovevano essere messi in pericolo. Se un’epidemia c’era. Se il rischio era reale. I trasporti, nel nostro sgomento, non si sono fermati.

Domenica i nostri amici teatranti milanesi sono rimasti nei camerini, già in costume, non sapendo se sarebbero andati in palcoscenico per la recita pomeridiana. Chi era in tournée si è fermato ad ascoltare le notizie. Poi il sipario è calato. Su La Scala, mastodonte esemplare di coerenza civile, e su tutti i teatri, le compagnie grandi e piccole, gettando nello sgomento chi si era preparato per giorni e giorni all’andata in scena, chi aveva investito i pochi fondi nello spettacolo che non avrebbe avuto repliche.

Nella stessa condizione ci troviamo noi. Con i corsi preparati, le diapositive ultimate, pronti per scendere in aula, per accogliere i docenti, gli allievi. Ma non sappiamo cosa fare.

Nei giorni scorsi, in un’atmosfera già rarefatta dagli annunci di pericolo epidemico, si è svolta in città la settimana della moda. Il salone del mobile, programmato tra poche settimane, è invece stato rimandato a giugno. Scelte entrambe incomprensibili che ci lasciano nel dubbio: ancora ad aprile saremo i queste condizioni?

Abbiamo con lucidità preso in esame la possibilità di effettuare i corsi in un’altra città. Ma quale? Come ogni epidemia, pericolosa o no, anche questa non conosce confini regionali. Chiunque può essere portatore e scendere da un treno in qualsiasi delle nostre stazioni.

Abbiamo anche pensato ad effettuarli in teleconferenza. Ma sarebbe un peccato sprecare l’occasione di incontro vero, corpo e mente, con un docente di grande valore. Meglio rimandarli e godere della didattica in un momento più favorevole.

Ci rivolgiamo con questa lettera a tutti i nostri amici, chiedendo a loro comprensione. Qualunque sarà la direttiva per la prossima settimana (è probabile che tutto finisca), ci terremo informati da ogni fonte valida, i colleghi infettivologi per primi, e sceglieremo secondo prudenza e non secondo mercato. Rimandando, se ci sarà pericolo, andando in scena, se non ce ne sarà. La nostra didattica non segue le leggi dell’economia ma quelle della cura e del rispetto delle persone e siamo certi che ci capirete.

 

 

 

 

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